Un
patrimonio culturale da salvare: il dialetto
di Roberto Serra
Nella
montagna emiliano-romagnola, oltre ai meravigliosi panorami
ed ai cibi gustosi, sempre più gente sta imparando
ad apprezzare un altro importantissimo bene culturale: il
dialetto. Si moltiplicano dunque le iniziative volte a salvarlo
ed a tramandare nel futuro questa espressione di millenni
di storia.
La
prima operazione mentale da fare nel rapportarsi al
dialetto è questa: rendersi conto di come esso sia
un prezioso bene culturale.
In unepoca in cui giustamente si è riconosciuto
il valore dei beni monumentali e ambientali, e si cerca
di tutelarli nel modo più incisivo possibile, è
necessario che lo stesso avvenga per la nostra parlata.
Se la montagna perdesse il proprio dialetto, sarebbe come
se un gigantesco incendio mandasse in fumo tutti i boschi,
o se si seccassero tutte le sorgenti.
Un pezzo incommensurabile della nostra storia, della nostra
cultura millenaria andrebbe perduto. Andrebbe perduto quel
meraviglioso insieme di sensazioni, sonorità, profumi,
emozioni che solo il dialetto ci sa mettere nellanimo.
Certamente sarebbe più comodo ed economicamente meno
gravoso abbattere le antiche case in sasso e costruire al
loro posto prefabbricati in cemento, o edificare dovunque
aree industriali senza lasciare integro il nostro paesaggio
montano.
Ma dove andrebbe a finire lanima della montagna?
Così per il nostro dialetto, che profuma di castagne.
E che porta dentro di sé la nostra storia di millenni,
le nostre radici.
Dunque, il primo passaggio è riconoscere nel dialetto
un bene culturale da conservare con la più grande
cura.
Il
secondo passaggio, è far crollare il pregiudizio
che ci fa pensare al dialetto come a una lingua di
serie B rispetto allitaliano. Il dialetto, da
un punto di vista glottologico, è un idioma a sé
stante. Non è una derivazione dellitaliano,
come molti ancora credono, ma una lingua di pari dignità
allitaliano (cioè al toscano), che si è
evoluta parallelamente a questo, direttamente dal latino.
Le parole bolognesi non derivano dallitaliano, ma
dal latino.
Il Bolognese è una lingua a tutti gli effetti e completa,
in grado di esprimere ogni tipo di emozione e di sentimento.
Con il dialetto si può far ridere, ma anche commuovere.
Occorrerebbe
dunque, proprio in quanto consapevoli di ciò, procedere
ad una tutela incisiva di quanto è esistente, parallelamente
ad un rilancio. Non dunque un lavoro proteso esclusivamente
verso il passato, ma con lo sguardo avanti, verso le generazioni
future.
Si tratta, cioè, di non trasformare il dialetto in
un bene da riporre in un museo, ma in un patrimonio da tramandare
e da far apprezzare in tutta la sua ricchezza e valenza
culturale.
Cosa dunque concretamente fare in questa direzione?
Innanzitutto,
parlare in dialetto senza vergogna, senza timore
di sembrare poco colti: parlando in bolognese
(in lizzanese, porrettano, in tutti i dialetti della montagna)
si parla una lingua con tutti i crismi. Si padroneggia uno
strumento linguistico autonomo. E occorre parlarlo anche
con i giovani!
Poi, lasciare che i giovani provino a parlarlo, senza
deriderli nel caso in cui dicano di sfundón:
correggerli sì, ma incoraggiandoli a parlare in dialetto.
Catalogare
i termini, i modi di dire autenticamente dialettali,
e che rischiano lestinzione: fissandoli sulla carta,
sarà possibile riutilizzarli sottraendoli alla dimenticanza.
Parlando, dunque, sarebbe bello cercar di evitare i termini
che vengono dallitaliano: perché ad esempio
dire albicòca, brutta copia dellitaliano,
quando il termine giusto è mugnèga?
E giusto poi che ogni luogo, ogni paese parli e conservi
il proprio dialetto, la propria variante.
Inoltre,
non è azzardato proporre dei corsi di dialetto,
rivolti non solo a chi già lo parla, ma anche a chi
lo voglia imparare ex novo: ci sono già esperienze
del genere. A Bologna ogni settimana pr al Cåurs ed
Bulgnais si riuniscono 90 persone, in gran parte giovani,
e provenienti dalla città (<http://www.bulgnais.com/corso.html>),
ma anche da altre zone dItalia. A Budrio Tiziano Casella
fa altrettanto, con Corsi di dialetto budriese organizzati
dal Comune, cui partecipano numerosi bambini e ragazzi.
Anche a Bentivoglio si tengono corsi di bentivogliese. Questo
è un modo di proiettare il dialetto nel futuro, per
dargli una speranza di essere vitale anche tra le giovani
generazioni. Tra laltro, proprio i giovani manifestano
un grande interesse per il bolognese: non solo con la folta
partecipazione ai corsi, ma anche con le numerose visite
al sito internet ufficiale del dialetto, Al Sît
Bulgnais (per chi volesse visitarlo, <http://www.bulgnais.com>),
e ladesione alle tante altre iniziative.
Dal
canto loro, le Amministrazioni Pubbliche Locali dovrebbero
per quanto possibile sostenere queste attività, da
un punto di vista organizzativo ed economico.
Si potrebbe poi affiancare ai nomi delle strade, dei
paesi, il nome dialettale: In questo senso, ottimo è
stato il lavoro di ricerca toponomastica effettuato dal
Comune di Granaglione: così, sarebbe bello se in
ogni paese della montagna si affiancasse a quella italiana
la toponomastica dialettale.
Occorre,
dunque, fare tutto il possibile per salvare e ridare nuova
vita ai dialetti della montagna, per fare in modo che la
nostra parlata, che tanto ci riempie di profumo di autenticità,
di sentimento, non diventi solo un vecchio ricordo nella
memoria.
Chi
fosse interessato a saperne di più sul dialetto della
montagna emiliano-romagnola, od a collaborare nella sua
tutela, può contattare:
Roberto Serra, e-mail:roberto.serra@virgilio.it
- Al Sît Bulgnais