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Ingegner Luciano Righetti (2009-12-15)

CASTIGLIONE-L’INGEGNER LUCIANO RIGHETTI CON IL DIPARTIMENTO DI GEOLOGIA DELL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA CONTINUANO SCOPERTE FOSSILI SUL TERRITORIO A SEGUITO DI UNO STRATO GEOLOGICO LUNGO NOVE CHILOMETRI CONTENENTE CONCHIGLIE FOSSILI DI VENTI MILIONI DI ANNI FA SCOPERTO ALCUNI ANNI ORSONO- Quando nel 1881 il professor Giovanni Capellini dell’Università di Bologna pubblicava la notizia del ritrovamento di uno strato geologico nei pressi dell’Alpe di Baigno contenente grosse conchiglie fossili chiamate ‘lucine’, nulla avrebbe fatto supporre che oltre cent’anni dopo, si sarebbe arrivati alla conclusione che altri non era che un ‘frammento’ di un fondale marino di quindici milioni di anni fa, lungo circa nove chilometri, esteso in direzione est-ovest da Suviana al Monte Casciaio. Fu così che nel 1968 Luciano Righetti di Castiglione dei Pepoli, allora studente al Liceo Righi di Bologna, con la passione per la geologia e la paleontologia, lesse un rapporto tecnico del professor Eraldo Amadesi del Dipartimento di Geologia dell’Università di Bologna, nel quale era descritto parte di questo affioramento e con grande entusiasmo cominciò le proprie ‘ricerche personali’. Tali ricerche portarono alla luce, qualche anno dopo, un grosso blocco di calcare contenente le stesse conchiglie fossili, ma collocato in una zona distante diversi chilometri dalle segnalazioni prececenti. Contraddistinto dall’entusiasmo che gli è proprio, nel 1990 Righetti riuscì a conoscere personalmente il professor Amadesi che si mostrò assai interessato alla scoperta, tanto da farsi accompagnare in loco e tanto da identificare, insieme, un nuovo, cospicuo affioramento di conchiglie fossili. La conoscenza della zona da parte del Righetti, nonché la preparazione ingegneristica, fecero sì che egli potesse fare da correlatore al professore per alcune tesi di geologia ambientale, realizzate anche con l’ausilio di tecniche di fotointerpretazione aerea. Nel giro di tre anni, veniva così alla luce il più consistente strato di calcari con lucine fossili, mai ritrovato in Appennino. Ed è tutt’ora attuale l’aggiornamento di tali scoperte che, come spiega il Righetti “ …prosegue con interessanti sviluppi non solo in senso strettamente geologico, ma anche stratigrafico-evolutivo e paleontologico, in collaborazione anche con l’Università di Modena, Dipartimento di Scienze della Terra”. Curiosa caratteristica di questo strato geologico e che lo rende subito identificabile a prima vista ( anzi, a primo olfatto!) è la proprietà di emanare odore di ‘uovo marcio’ allorchè venga percosso con un martello. “ Questo fenomeno- continua Righetti- è dovuto alla liberazione di idrogeno solforato, accumulatosi durante la sedimentazione, a causa di batteri solforiduttori che vivevano in simbiosi con questi grossi molluschi bivalvi, le ‘lucine’, appunto”. Sembra inoltre accertato che questi molluschi fossero strutturati in vere e proprie colonie sul fondale, in prossimità di effusioni gassose di metano o anidride carbonica o solfuri. Veronica Balboni