"Gli Appennini sono per me un pezzo meraviglioso del creato. Alla grande pianura della regione padana segue una catena di monti che si eleva
dal basso per chiudere verso sud il continente tra due mari (....) è un così bizzarro groviglio di pareti montuose a ridosso l'una dall'altra;
spesso non si può nemmeno distinguere in che direzione scorre l'acqua."
J. W. Goethe, Viaggio in Italia (1786 - 1788)
J. W. Goethe, Viaggio in Italia (1786 - 1788)
Articoli di Autori vari:
LA MADONNA DI TAVERNOLA (2026-04-07)

TAVERNOLA
(Tavenno, Insediamento di sprone del XIV Sec. ove esercitava fin dal 1200 il famoso Notaio Ribaldino “Notarius Sacri Palatii”. Sede comunale fino al 1882).
LA MADONNA DI TAVERNOLA
Fonte: Prof Dario Mingarelli
Servizio di Vergato news
«Questa splendida tavola, che il restauro ha riportato, per quanto era possibile, alle sue condizioni primitive, è opera fra le più belle dipinte dal grande pittore dei camaldolesi, Lorenzo Monaco; uno dei campioni del cosiddetto “ gotico internazionale”.
La storia critica, nonostante l’eccellenza dell’opera, è scarsa; ma occorre pensare alla collocazione, defilata, della chiesa e al lungo oblio che pesò per secoli sui “primitivi”. E’ solo nel 1783 che il Calindri (Dizionario, V, p. 166) scrive: «… e nella Canonica una Madonna di Lippo Dalmasio». Il Ruggieri, nella sua opera sulle «Chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna», già in pieno Ottocento, conferma (T° 3°, p. 16): «…nella segrestia si vede la bella immagine della Vergine Santissima, dipinta da Lippo Dalmasio, la quale per molti anni dimenticata, è stata colle offerte dei popolani recentemente restaurata e ornata di festoni». Nell’errore, è lodevole l’attribuzione del Calindri a quel Lippo di Dalmasio che, nella pittura bolognese, tiene un po’ il molo, in minore, d’un Lorenzo Monaco appunto.Fu senza saper nulla di tutto questo che, in una passeggiata dell’estate del ‘52, in compagnia dell’amico Benassi, vidi brillare la tavola nella penombra della chiesa e riconobbi sùbito la mano di Lorenzo Monaco. La messa in valore del dipinto è stata ritardata da curiose vicende, e dal fatto che si tratta d’un’imma-gine devozionale, annualmente portata in processione, se non erro, per Ferragosto, che é il giorno di S. Maria Assunta. La tavola fu presto conosciuta, e apprezzata al giusto grado, da Giorgio Morandi. Traccia di tale apprezzamento è rimasta in un articolo di Cesare Brandi, uscito sul “Corriere della Sera” del 21 agosto 1959, che così conclude: «… Morandi… ci volle far vedere una pittura antica. Andammo a Tavernola, e là, col fondo ridorato, c’è quasi un Lorenzo Monaco». Esatta l’osservazione sul fondo ridorato; ma son convinto che il Brandi, se rivedrà ora la pittura dopo il restauro, toglierà quel “quasi”. La tavola è infatti una delle opere più alte dell’estrema maturità del maestro, calzando con gli affreschi della cappella Bartolini a Santa Trinità, che cadono fra il 1422 e il 1425. L’awentarsi tagliente del ritmo tardogotico su una dimensione erta e flessuosa trova già un bellissimo equilibrio fra i ripetuti andamenti falcati; equilibrio che non è, forse, immune da contatti con le prime e dolci – operazioni dell’Angelico. E dell’Angelico non è indegna questa Madonna, che splende entro il manto di lapislazzuli, purtroppo deteriorato, e sullo sfondo del cuscino dorato, e d’una trama ad oro “operato”, in cui i vecchi e più semplici partiti decorativi del ‘300 fiorentino rigermogliano (anche nelle aureole) capziosamente. E il Bambino è già grasso e morbido, e dolcemente pronto a reggere il cartiglio e la rosellina selvatica, quasi come in Gentile da Fabriano; dal 1423, del resto, di scena a Firenze.
Resta il problema dell’origine della tavola. Si ricordi allora che Tavernola dipendeva dal plebanato di Sambo, più vicino alla Toscana, e che nel 1530 fu data agli Olivetani di Scaricalasino. Scrive il Calindri, alla pagina citata: «… il diritto di collazione appartiene a Monaci Olivetani de’ quali fu Grancia, soppressa nel 1652». D’altra parte, le ricerche dell’amico Benassi sugli Inventari parrocchiali non hanno dato gran frutto: bisogna aspettare quello del 1837, già cinquant’anni e più dopo il Calindri, per vederla citata: «Una B. V. in Assa pretendesi opera di Filippo Dalmasio». La vera ragione del suo riaffacciarsi alla storia è che già il Calindri, nel 1783, cominciava a portare attenzione ai “primitivi”; il cui gusto rinacque poi in quell’ottocento che portò al restauro del dipinto. Aggiungendosi l’origine toscana di molte famiglie di Tavernola, e in particolare quella dei Mingarelli (che, non d’origine toscana, ebbe però un Ferdinando Romualdo monaco camaldolese e dottore di Teologia e lingua greca nel Monastero degli Angeli di Firenze); si può concludere che fu abbastanza normale che un Lorenzo Monaco piovesse, forse ab origine, forse dagli Olivetani di Monghidoro, alla chiesetta di Tavernola». Ora la nostra Madonna non è più nella sua “casa” di Tavernola. Privata dell’affetto plurisecolare dei suoi devoti tavernolesi, è esposta nel museo della Curia arcivescovile di Bologna. Speriamo che un giorno possa ritornare.
IL GIARDINO DELLA NORA
Il giardino botanico DELLA NORA, stato creato dal Prof. Dario Mingarelli nella borgata medioevale del paese di Tavernola, È visitabile a piccoli gruppi, nell’orto botanico è presente flora spontanea protetta e rara Appenninica.
LA ROCCA DI TAVERNOLA
Di origini Bizantine, presumibilmente si tratta di un punto d’osservazione a guardia della vallata.
Oltre agli scalini ricavati nella roccia, alta circa 50 metri dal livello della strada, sul picco, si notano plinti di fondazione nei quali dovevano essere inseriti pali di sostegno per una piattaforma con relativa costruzione sovrastante a uso di presidio militare, questa nel medioevo è stata riutilizzata dai conti di Panico a scopi militari.
Salire solo con attrezzature idonee all’Alpinismo e in compagnia di persone esperte
AREA ARCHEOLOGICA DI MONTEACUTO RAGAZZA
In una località chiamata Torraccia, proprietà Giuseppe Faccioli, nei pressi della Collina di MonteAcuto "in cima a un monticello che sembra appiattito" furono trovati da un cacciatore, nel 1882, alcuni oggetti che affioravano dal terreno:erano tre statuette di bronzo.
In seguito, esplorazioni e saggi effettuati dall'ispettore U.Betti e dal commissario G. Gozzadini,vennero rinvenute altre undici statuette. Le statuette trovate rappresentano degli offerenti, i devoti le offrivano al santuario come ex voto e si differenziano fra loro per la qualità della lavorazione. In due di esse si distingue particolarmente la raffinatezza e la qualità dell'esecuzione ( foto sopra).
L'offerente maschile indossa un corto mantello, cinto in vita, che si avvolge anche intorno al braccio sinistro e nella mano destra regge una patera umbilicata nel tipico gesto della libazione; il torso appare nudo in un’attenta descrizione delle caratteristiche anatomiche.
La statuetta che rappresentante l'offerente femminile invece, indossa un chitone molto elegante, cinto in vita e finemente pieghettato sul petto. Sopra le spalle indossa un pregevole e ampio mantello che ricade sul torace in armoniosi panneggi. Nella mano destra stringe un fiore che, secondo Graziano Baccolini, potrebbe essere un Narcisus poeticus (presente a Monteacuto) e, nella mano sinistra una melagrana frutto legato all'oltretomba. Ambedue le statuette protendono le braccia in avanti e hanno la gamba sinistra in leggero piegamento in avanti. Gli elementi descritti fanno pensare a ex voto donati da personaggi di rango giunti al santuario forse da lontano da qualche opulenta città dell'Etruria. Gli ex voto, infatti, sono databili alla seconda decade del V°sec. a.C. (480 ac.).
VIA DEL FERRO ETRUSCA
la prima strada d’Occidente passava da qui, dall’appennino tosco-emiliano.
“Autostrada” coast-to-coast d’Europa fu la “Via del Ferro” costruita dagli Etruschi 2.500 anni fa. Partiva da Pisa e arrivava a Spina, nelle valli di Comacchio, attraversando gli Appennini. Lunga 250 chilometri, veniva percorsa, narra l’esploratore greco del VI secolo a.C., lo “pseudo” Scilace di Carianda, “in tre giorni di cammino”. Un tragitto di cui oggi sono stati portati alla luce solo poche centinaia di metri di acciottolato. Una scoperta recente che, se confermata, potrebbe “cambiare l’etruscologia, dimostrando che gli Etruschi erano stabilmente insediati a nord dell’Arno”.
Doveva essere uno spettacolo emozionante, quello delle lunghe file di carri che oltre 25 secoli fa trasportavano un metallo nuovo e ancora misterioso: il ferro. I convogli provenienti dall’isola d’Elba erano diretti al porto etrusco di Spina sull’Adriatico.
Le miniere etrusche dell’isola d’Elba erano, appunto, uno dei più importanti centri di estrazione del ferro, un minerale di gran pregio che grazie al suo minor costo riuscì a soppiantare il bronzo, tanto più che in lega con il carbonio forniva il resistentissimo acciaio che dette un formidabile vantaggio rispetto alle splendide ma più deboli spade e armature di bronzo descritte da Omero.
GRUPPO DI RICERCA E DI VOLONTARIATO A.R.C.A. APPENNINO BOLOGNESE.
(Archiviazione, ricerca e collettività dell’appennino bolognese).
PROGETTO V.I.T.A.
Cura e valorizzazione del territorio ed aiuto ai bisognosi.
Sito Facebook: ARCA APPENNINO BOLOGNESE.
Informazioni turistiche E-mail: arca9bologna@gmail.com.
Righi Fabio 320 17 93 002 - Righi Otello 338 22 50 000
PRIMA DI STAMPARE PENSA ALL'AMBIENTE.
LA MADONNA DI TAVERNOLA (2026-04-07)

TAVERNOLA
(Tavenno, Insediamento di sprone del XIV Sec. ove esercitava fin dal 1200 il famoso Notaio Ribaldino “Notarius Sacri Palatii”. Sede comunale fino al 1882).
LA MADONNA DI TAVERNOLA
Fonte: Prof Dario Mingarelli
Servizio di Vergato news
«Questa splendida tavola, che il restauro ha riportato, per quanto era possibile, alle sue condizioni primitive, è opera fra le più belle dipinte dal grande pittore dei camaldolesi, Lorenzo Monaco; uno dei campioni del cosiddetto “ gotico internazionale”.
La storia critica, nonostante l’eccellenza dell’opera, è scarsa; ma occorre pensare alla collocazione, defilata, della chiesa e al lungo oblio che pesò per secoli sui “primitivi”. E’ solo nel 1783 che il Calindri (Dizionario, V, p. 166) scrive: «… e nella Canonica una Madonna di Lippo Dalmasio». Il Ruggieri, nella sua opera sulle «Chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna», già in pieno Ottocento, conferma (T° 3°, p. 16): «…nella segrestia si vede la bella immagine della Vergine Santissima, dipinta da Lippo Dalmasio, la quale per molti anni dimenticata, è stata colle offerte dei popolani recentemente restaurata e ornata di festoni». Nell’errore, è lodevole l’attribuzione del Calindri a quel Lippo di Dalmasio che, nella pittura bolognese, tiene un po’ il molo, in minore, d’un Lorenzo Monaco appunto.Fu senza saper nulla di tutto questo che, in una passeggiata dell’estate del ‘52, in compagnia dell’amico Benassi, vidi brillare la tavola nella penombra della chiesa e riconobbi sùbito la mano di Lorenzo Monaco. La messa in valore del dipinto è stata ritardata da curiose vicende, e dal fatto che si tratta d’un’imma-gine devozionale, annualmente portata in processione, se non erro, per Ferragosto, che é il giorno di S. Maria Assunta. La tavola fu presto conosciuta, e apprezzata al giusto grado, da Giorgio Morandi. Traccia di tale apprezzamento è rimasta in un articolo di Cesare Brandi, uscito sul “Corriere della Sera” del 21 agosto 1959, che così conclude: «… Morandi… ci volle far vedere una pittura antica. Andammo a Tavernola, e là, col fondo ridorato, c’è quasi un Lorenzo Monaco». Esatta l’osservazione sul fondo ridorato; ma son convinto che il Brandi, se rivedrà ora la pittura dopo il restauro, toglierà quel “quasi”. La tavola è infatti una delle opere più alte dell’estrema maturità del maestro, calzando con gli affreschi della cappella Bartolini a Santa Trinità, che cadono fra il 1422 e il 1425. L’awentarsi tagliente del ritmo tardogotico su una dimensione erta e flessuosa trova già un bellissimo equilibrio fra i ripetuti andamenti falcati; equilibrio che non è, forse, immune da contatti con le prime e dolci – operazioni dell’Angelico. E dell’Angelico non è indegna questa Madonna, che splende entro il manto di lapislazzuli, purtroppo deteriorato, e sullo sfondo del cuscino dorato, e d’una trama ad oro “operato”, in cui i vecchi e più semplici partiti decorativi del ‘300 fiorentino rigermogliano (anche nelle aureole) capziosamente. E il Bambino è già grasso e morbido, e dolcemente pronto a reggere il cartiglio e la rosellina selvatica, quasi come in Gentile da Fabriano; dal 1423, del resto, di scena a Firenze.
Resta il problema dell’origine della tavola. Si ricordi allora che Tavernola dipendeva dal plebanato di Sambo, più vicino alla Toscana, e che nel 1530 fu data agli Olivetani di Scaricalasino. Scrive il Calindri, alla pagina citata: «… il diritto di collazione appartiene a Monaci Olivetani de’ quali fu Grancia, soppressa nel 1652». D’altra parte, le ricerche dell’amico Benassi sugli Inventari parrocchiali non hanno dato gran frutto: bisogna aspettare quello del 1837, già cinquant’anni e più dopo il Calindri, per vederla citata: «Una B. V. in Assa pretendesi opera di Filippo Dalmasio». La vera ragione del suo riaffacciarsi alla storia è che già il Calindri, nel 1783, cominciava a portare attenzione ai “primitivi”; il cui gusto rinacque poi in quell’ottocento che portò al restauro del dipinto. Aggiungendosi l’origine toscana di molte famiglie di Tavernola, e in particolare quella dei Mingarelli (che, non d’origine toscana, ebbe però un Ferdinando Romualdo monaco camaldolese e dottore di Teologia e lingua greca nel Monastero degli Angeli di Firenze); si può concludere che fu abbastanza normale che un Lorenzo Monaco piovesse, forse ab origine, forse dagli Olivetani di Monghidoro, alla chiesetta di Tavernola». Ora la nostra Madonna non è più nella sua “casa” di Tavernola. Privata dell’affetto plurisecolare dei suoi devoti tavernolesi, è esposta nel museo della Curia arcivescovile di Bologna. Speriamo che un giorno possa ritornare.
IL GIARDINO DELLA NORA
Il giardino botanico DELLA NORA, stato creato dal Prof. Dario Mingarelli nella borgata medioevale del paese di Tavernola, È visitabile a piccoli gruppi, nell’orto botanico è presente flora spontanea protetta e rara Appenninica.
LA ROCCA DI TAVERNOLA
Di origini Bizantine, presumibilmente si tratta di un punto d’osservazione a guardia della vallata.
Oltre agli scalini ricavati nella roccia, alta circa 50 metri dal livello della strada, sul picco, si notano plinti di fondazione nei quali dovevano essere inseriti pali di sostegno per una piattaforma con relativa costruzione sovrastante a uso di presidio militare, questa nel medioevo è stata riutilizzata dai conti di Panico a scopi militari.
Salire solo con attrezzature idonee all’Alpinismo e in compagnia di persone esperte
AREA ARCHEOLOGICA DI MONTEACUTO RAGAZZA
In una località chiamata Torraccia, proprietà Giuseppe Faccioli, nei pressi della Collina di MonteAcuto "in cima a un monticello che sembra appiattito" furono trovati da un cacciatore, nel 1882, alcuni oggetti che affioravano dal terreno:erano tre statuette di bronzo.
In seguito, esplorazioni e saggi effettuati dall'ispettore U.Betti e dal commissario G. Gozzadini,vennero rinvenute altre undici statuette. Le statuette trovate rappresentano degli offerenti, i devoti le offrivano al santuario come ex voto e si differenziano fra loro per la qualità della lavorazione. In due di esse si distingue particolarmente la raffinatezza e la qualità dell'esecuzione ( foto sopra).
L'offerente maschile indossa un corto mantello, cinto in vita, che si avvolge anche intorno al braccio sinistro e nella mano destra regge una patera umbilicata nel tipico gesto della libazione; il torso appare nudo in un’attenta descrizione delle caratteristiche anatomiche.
La statuetta che rappresentante l'offerente femminile invece, indossa un chitone molto elegante, cinto in vita e finemente pieghettato sul petto. Sopra le spalle indossa un pregevole e ampio mantello che ricade sul torace in armoniosi panneggi. Nella mano destra stringe un fiore che, secondo Graziano Baccolini, potrebbe essere un Narcisus poeticus (presente a Monteacuto) e, nella mano sinistra una melagrana frutto legato all'oltretomba. Ambedue le statuette protendono le braccia in avanti e hanno la gamba sinistra in leggero piegamento in avanti. Gli elementi descritti fanno pensare a ex voto donati da personaggi di rango giunti al santuario forse da lontano da qualche opulenta città dell'Etruria. Gli ex voto, infatti, sono databili alla seconda decade del V°sec. a.C. (480 ac.).
VIA DEL FERRO ETRUSCA
la prima strada d’Occidente passava da qui, dall’appennino tosco-emiliano.
“Autostrada” coast-to-coast d’Europa fu la “Via del Ferro” costruita dagli Etruschi 2.500 anni fa. Partiva da Pisa e arrivava a Spina, nelle valli di Comacchio, attraversando gli Appennini. Lunga 250 chilometri, veniva percorsa, narra l’esploratore greco del VI secolo a.C., lo “pseudo” Scilace di Carianda, “in tre giorni di cammino”. Un tragitto di cui oggi sono stati portati alla luce solo poche centinaia di metri di acciottolato. Una scoperta recente che, se confermata, potrebbe “cambiare l’etruscologia, dimostrando che gli Etruschi erano stabilmente insediati a nord dell’Arno”.
Doveva essere uno spettacolo emozionante, quello delle lunghe file di carri che oltre 25 secoli fa trasportavano un metallo nuovo e ancora misterioso: il ferro. I convogli provenienti dall’isola d’Elba erano diretti al porto etrusco di Spina sull’Adriatico.
Le miniere etrusche dell’isola d’Elba erano, appunto, uno dei più importanti centri di estrazione del ferro, un minerale di gran pregio che grazie al suo minor costo riuscì a soppiantare il bronzo, tanto più che in lega con il carbonio forniva il resistentissimo acciaio che dette un formidabile vantaggio rispetto alle splendide ma più deboli spade e armature di bronzo descritte da Omero.
GRUPPO DI RICERCA E DI VOLONTARIATO A.R.C.A. APPENNINO BOLOGNESE.
(Archiviazione, ricerca e collettività dell’appennino bolognese).
PROGETTO V.I.T.A.
Cura e valorizzazione del territorio ed aiuto ai bisognosi.
Sito Facebook: ARCA APPENNINO BOLOGNESE.
Informazioni turistiche E-mail: arca9bologna@gmail.com.
Righi Fabio 320 17 93 002 - Righi Otello 338 22 50 000
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